Sono due parole che, la prima volta che si sentono, sembrano fatte apposta per tenere fuori chi
ascolta. Titolazione e pendolazione vengono dal Somatic Experiencing, l’approccio sviluppato
da Peter A. Levine in cui mi sono formata, e nominano due cose che il corpo di chiunque conosce già.
Provo a dirle in italiano normale, perché secondo me sono il cuore di questo modo di lavorare.
Il punto di partenza è quello che ho raccontato in
Quando il corpo resta in allarme: a volte
l’attivazione che il corpo ha preparato per far fronte a una situazione difficile non trova il modo
di scendere, e resta accesa sotto traccia. La domanda che segue è ovvia: e allora cosa si fa?
Titolazione: una goccia alla volta
La parola arriva dalla chimica. In laboratorio, quando si vuole capire quanto di una sostanza c’è in
un liquido, non se ne versa dentro un bicchiere intero: si aggiunge una goccia, si guarda cosa
succede, si aggiunge la goccia dopo.
Nel lavoro con il corpo vuol dire la stessa cosa. Non si va verso quello che pesa tutto insieme, si
va per piccole dosi. Una frase invece di tutto il racconto. Un dettaglio invece della scena intera.
E dopo ogni goccia ci si ferma un momento a vedere cosa ha fatto il corpo: il respiro si è
accorciato, le spalle sono salite, oppure non è successo granché.
Detta così sembra lentezza inutile. È il contrario: è la velocità a cui il sistema nervoso riesce
effettivamente a stare dietro a quello che sta succedendo. Se davanti a una porta stretta si spinge
tutta la folla insieme, non passa nessuno.
Pendolazione: l’andirivieni tra due posti
La seconda parola descrive un movimento che il corpo fa già da solo, e che di solito non notiamo.
C’è un andare e venire naturale tra uno stato di contrazione e uno di apertura: ci si stringe e poi
ci si allarga, come un respiro che vale per tutto l’organismo e non solo per i polmoni.
In pratica significa non restare piantati nel punto difficile. Mi accorgo della morsa allo stomaco —
e poi, per qualche secondo, dei piedi appoggiati a terra. Poi torno allo stomaco. Poi di nuovo ai
piedi, o al peso delle mani sulle gambe, o alla luce che entra dalla finestra.
Qui c’è una cosa che a molte persone sembra nuova: anche in un momento difficile, nel corpo c’è
quasi sempre qualcosa che difficile non è. Il calore di una mano. La schiena appoggiata. Un punto
neutro, che non chiede niente. Quel punto non è una distrazione ed è tutt’altro che un dettaglio: è
l’altro capo dell’oscillazione, quello che rende possibile avvicinarsi al primo senza esserne
travolti.
Non è pensare positivo, e non è fingere che il disagio non ci sia. È andare avanti e indietro tra le
due cose, sapendo che si può tornare.
Perché “affrontalo e basta” spesso non funziona
Siamo cresciuti con l’idea che le cose vadano guardate in faccia tutte insieme, come si strappa un
cerotto. Per quello che passa dalle parole a volte funziona. Per quello che il corpo si porta
dietro, molto meno: andare dritti dentro un ricordo o una sensazione forte, senza dosi e senza
pause, lascia spesso la persona più attivata di prima. Non perché non ce l’abbia fatta, ma perché
era troppo, tutto insieme.
Andare piano non è evitare. È la differenza tra spalancare una porta e aprirla di quanto serve per
vedere cosa c’è dietro.
Cosa può farsene una persona in una giornata normale
Una cosa piccola, che non richiede nessun setting particolare. Quando ti accorgi di essere teso —
in coda, dopo una telefonata, davanti al computer — invece di correggere subito la postura o
ordinarti di rilassarti, prova a dedicarci trenta secondi in due tempi.
Prima: dove lo senti? La mascella, lo stomaco, le spalle. Guardalo senza farci niente.
Poi: c’è un posto, adesso, che sta più tranquillo? I piedi, la mano, la nuca. Restaci un momento.
Poi torna al primo, e di nuovo al secondo, due o tre volte.
Può non succedere niente di eclatante, e va benissimo: non è un esercizio che deve produrre un
risultato. Serve ad allenare l’accorgersi, che è il presupposto di tutto il resto. E se in qualsiasi
momento diventa troppo, si smette: smettere è una risposta legittima, non un fallimento.
Una cosa che va detta chiaramente
Quello che ho scritto qui descrive un modo di lavorare, non fa una diagnosi e non propone un
rimedio. Se l’ansia, il sonno, il dolore o l’umore stanno pesando sulle tue giornate, la prima cosa
da fare è parlarne con il tuo medico, e se serve con uno psicoterapeuta.
Il counselling e il Somatic Experiencing non sono terapia e non sono medicina: non curano e non
sostituiscono un percorso sanitario. Sono un lavoro di consapevolezza e di crescita personale, in
cui si impara a riconoscere quello che il corpo fa e a dargli il tempo che gli serve.
Se questo modo di procedere ti incuriosisce e vuoi capire se ha senso per te, puoi
scrivermi: lavoro a Firenze, a Santa Cruz de Tenerife e online.

Comments are closed