C’è un’esperienza che molte persone riconoscono appena la si nomina: una situazione difficile è
finita — un periodo di lavoro pesante, una frenata improvvisa in macchina, una discussione, un
trasloco — e a parole si sa benissimo che è passata. Ma il corpo sembra non essersene accorto. Le
spalle restano alte, il sonno resta leggero, il respiro corto, e basta poco — una porta che sbatte,
un tono di voce — perché tutto si stringa di nuovo.
Non è debolezza e non è immaginazione. È il modo in cui funziona una parte molto antica del nostro
sistema nervoso.
Attivazione e disattivazione, dette semplici
Il sistema nervoso autonomo è la parte che lavora senza che noi gliela chiediamo: il battito, la
digestione, il respiro quando non ci pensiamo, la sudorazione. Fa due cose fondamentali, e le fa in
continuazione.
La prima la chiamiamo attivazione: davanti a qualcosa che richiede una risposta, il corpo si
prepara. Il cuore accelera, i muscoli si tendono, lo sguardo si stringe su un punto, la digestione
passa in secondo piano. Non serve un pericolo grave: succede anche prima di un colloquio o mentre
si cerca parcheggio in ritardo.
La seconda è la disattivazione, ed è la metà che quasi nessuno racconta. Quando la cosa è finita,
il corpo dovrebbe scaricare quella preparazione e tornare a uno stato più basso: il respiro si
allarga, lo stomaco brontola, viene da sbadigliare o da sospirare, le mani si riscaldano. È la
seconda metà del movimento, non un extra.
Le due cose insieme sono un’onda. Sale, e poi scende. Quando funziona così non ce ne accorgiamo
nemmeno: è successo migliaia di volte oggi.
Quando l’onda non scende
A volte, però, la discesa non arriva. Può succedere quando le richieste si accavallano senza pause,
quando una situazione è durata a lungo, o quando nel momento in cui serviva non c’era modo di fare
niente — né allontanarsi né reagire. L’energia che il corpo aveva preparato resta lì, e il sistema
nervoso continua a fare il suo mestiere: tenere d’occhio.
Da fuori si vede poco. Da dentro si sente come una specie di fondo costante: irritabilità che arriva
prima delle parole, stanchezza che il riposo non tocca, difficoltà a stare fermi oppure il
contrario, una pesantezza che sembra spegnere tutto. Sono modi diversi in cui lo stesso meccanismo
resta acceso.
Peter A. Levine, che ha sviluppato il Somatic Experiencing — l’approccio in cui mi sono formata —
parte proprio da qui: dall’osservazione che dopo un evento intenso il corpo ha un movimento suo per
riportarsi in equilibrio, e che quel movimento a volte resta incompiuto. Ne scrive in Waking the
Tiger (North Atlantic Books, 1997), tradotto in italiano da Macro Edizioni con il titolo Traumi e
shock emotivi.
Una cosa che va detta chiaramente
Quello che ho scritto qui descrive un funzionamento, non fa una diagnosi. Se il sonno, l’ansia, il
dolore o l’umore stanno pesando sulle tue giornate, la prima cosa da fare è parlarne con il tuo
medico, e se serve con uno psicoterapeuta.
Il counselling e il Somatic Experiencing non sono terapia e non sono medicina, e non sostituiscono
né l’una né l’altra. Sono un lavoro di consapevolezza e di ascolto del corpo, che può stare accanto
a un percorso medico o psicologico, mai al posto suo.
Cosa cambia, nel concreto
Il lavoro che faccio non consiste nel far succedere la disattivazione a comando — non funziona così,
e chi promette il contrario sta vendendo qualcosa. Consiste nell’imparare ad accorgersene.
Accorgersi, per esempio, che la mascella è serrata da tre ore. Che quando arriva quel pensiero il
respiro si ferma a metà. Ma anche — e questa è la parte che di solito passa inosservata — che ci
sono momenti in cui le spalle scendono da sole, in cui lo stomaco si muove, in cui la sedia si
sente sotto di sé. Si va piano e a piccole dosi, perché il sistema nervoso non risponde bene alle
forzature: rispondere bene, per lui, vuol dire poter tornare indietro quando è troppo.
Questa attenzione si chiama, in una parola sola, autoregolazione: la capacità del corpo di
salire e di ridiscendere. Non è un risultato da raggiungere una volta per tutte. È qualcosa che si
frequenta, come si frequenta la propria postura o la propria voce.
Se questo modo di guardare le cose ti dice qualcosa, scrivimi o telefonami: ne parliamo.

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