Quando si parte, si racconta la partenza. Il lavoro nuovo, la casa trovata, il mare o la città grande, le foto mandate a casa. Di quello che viene dopo si parla molto meno, e quasi mai con chi è rimasto in Italia: un po’ per non preoccupare, un po’ perché sembra di lamentarsi di una cosa che si è scelta.

Eppure a molte persone che vivono all’estero succede una cosa simile. Passati i primi mesi, l’entusiasmo cala, e al suo posto arriva una stanchezza che non si sa bene da dove venga. Vorrei provare a darle un nome, perché dare un nome a quello che si vive è già un modo per smettere di combatterlo.

L’entusiasmo, e poi

Il primo periodo ha spesso il sapore della vacanza. Tutto è nuovo, anche le difficoltà sembrano avventure: la banca che non capisce, il supermercato dove non si trova niente, la lingua che inciampa. Si è curiosi, e la curiosità regge.

Poi un giorno la novità finisce. Il supermercato è sempre quello, la banca continua a non capire, e la lingua inciampa ancora, ma non fa più sorridere. È il momento in cui molte persone si chiedono, per la prima volta, se hanno sbagliato tutto.

L’antropologo Kalervo Oberg lo descrisse già negli anni Cinquanta, in un intervento tenuto a Rio de Janeiro e pubblicato nel 1960, chiamandolo shock culturale. La sua osservazione, che trovo ancora preziosa, è che quello che ci manca in un paese nuovo non sono soltanto le persone e i luoghi: sono i mille piccoli segnali che a casa leggiamo senza accorgercene. Come si saluta, quanto ci si avvicina, cosa vuol dire un silenzio, quando una battuta è una battuta. Li avevamo addosso senza saperlo, e ce ne accorgiamo solo quando non funzionano più.

Non essere più nessuno

C’è una fatica di cui si parla poco: quella di dover ricominciare a essere riconosciuti. In Italia eri la figlia di qualcuno, l’amico di sempre, quella brava nel suo lavoro, quello che sa dove si mangia bene. All’estero, almeno all’inizio, non sei niente di tutto questo. Sei uno straniero che parla con un accento.

Per chi era abituato a sentirsi competente, è un colpo che arriva in silenzio. Ci si sente più piccoli, più goffi, a volte più stupidi di quello che si è. E nella propria lingua seconda è difficile essere spiritosi, profondi, precisi: si dice quello che si riesce, non quello che si vorrebbe.

Quello che si lascia

C’è chi chiama tutto questo lutto migratorio, e la parola lutto può sembrare esagerata: nessuno è morto, e a casa si può tornare. Ma partire vuol dire comunque perdere qualcosa, e non una cosa sola. Le persone, certo. Ma anche la lingua in cui si è cresciuti, il cibo, la luce, il modo di stare insieme, il proprio posto nel mondo.

È un lutto strano, perché non si chiude mai del tutto: si riapre a Natale, a ogni compleanno perso, quando un genitore al telefono sembra più stanco del solito. E spesso convive con la gioia per la vita nuova. Le due cose stanno insieme, ed è proprio questo che confonde: ho scelto io di partire, quindi non ho il diritto di stare male.

Uno sguardo diverso su questa fatica

Nel counselling a indirizzo gestaltico c’è un’idea che qui mi sembra utile: quello che proviamo ha un senso, anche quando non ci piace. La stanchezza, la nostalgia, la rabbia verso il paese nuovo non sono segni che qualcosa in noi non va. Sono il modo in cui stiamo facendo i conti con un cambiamento grande.

Invece di chiederti come smettere di sentirti così, puoi provare a chiederti cosa ti manca davvero. Non “l’Italia” in generale, ma qualcosa di preciso: la colazione al bar sotto casa, una persona, sentirti capito al volo. Quando la mancanza diventa concreta, smette di essere un nodo indistinto, e a volte diventa anche più chiaro cosa si può cercare qui, e cosa invece si porta dentro e basta.

Un’altra domanda utile: con chi ne parli? Chi vive all’estero tende a tenersi tutto, a casa per non far preoccupare e qui perché non ha ancora qualcuno di cui fidarsi. Ma una fatica tenuta in silenzio pesa il doppio.

Una cosa che va detta chiaramente

Sentirsi spaesati, soli o giù di morale nei primi tempi all’estero è comune, e quello che ho scritto qui descrive un passaggio, non fa una diagnosi. Ma se la tristezza dura a lungo, se il sonno e l’appetito cambiano, se fai fatica ad alzarti la mattina, è importante parlarne con un medico, e se serve con uno psicoterapeuta, anche nel paese in cui vivi.

Il counselling non è terapia e non è medicina: non cura e non sostituisce un percorso sanitario. È uno spazio di ascolto e di crescita personale, in cui provare a capire che cosa sta succedendo e che cosa ci serve.

Se ti riconosci in queste righe e vuoi parlarne, puoi scrivermi: lavoro a Firenze, a Santa Cruz de Tenerife e online.

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